Capitolo XI

Incontri sotterranei

| di Paolo Goretti
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“Allora? Me la date questa sigaretta oppure no?”, dietro di loro c’è un giovane africano che li osserva con uno sguardo sornione. “Hey, ma io a te ti ho già visto – dice Mauro – Non so dove, ma sono sicuro che ti ho già visto”. “Non so amigo – risponde lui – Io incontro tante persone tutti i giorni col mio lavoro”. “E quale sarebbe, scusami, questo lavoro?”, gli chiede Giacomo porgendogli una sigaretta appena rollata. “Vendo cose – risponde lui accendendo la sigaretta –  Fazzoletti, accendini, fiori, ma quello solo la sera. Sono un venditore”. “Ah ragazzi, ho capito io – interviene Carolina – Ti abbiamo visto alla biblioteca, sei spesso lì con la tua roba, vero?”. “Sì sì, è vero. Alla biblioteca – dice lui – Mi ricordo anche io di te, bella signorina, mi hai dato una sigaretta qualche giorno fa”. “Senti questo – interviene acido Alessandro – Ora fa anche il provola con la mia ragazza. Ma poi, sentiamo un po’, sapresti anche che cos’è una biblioteca per caso?”. “Sei proprio uno stronzo, Dedo”, lo attacca Carolina. “Non ti preoccupare, signorina – dice lui – E’ normale che fate così. Tutti fanno così. Come vi ho detto incontro tanta gente per il mio lavoro e spesso parlo con loro. Quando mi chiedono di me e della mia vita di prima racconto a loro la mia storia, ma sembra che nessuno ci crede”. “Beh, molta gente è stronza – gli fa Roberta – A noi puoi raccontare la tua storia. A proposito, comincia dicendoci come ti chiami”. “Mi chiamo Milton e sono nato in un paese vicino a Mbala, in Uganda – racconta il ragazzo – I miei genitori mi hanno dato il nome del presidente del mio Paese, perché volevano che diventassi anche io una persona importante. Il presidente Milton Obote però è stato esiliato solo due anni dopo la mia nascita per via di un colpo di stato. Ci sono stati anni molto difficili nel mio Paese quando ero un bambino, con guerre civili e violenza. Mia mamma e mio babbo sono morti in un incidente quando io avevo appena dodici anni e si sono presi cura di me i miei zii che stavano bene di soldi e mi hanno potuto fare studiare all’Università di Kampala. Io avevo visto la povertà e la disperazione del mio Paese e così ho vuluto prendere una laurea in economia che mi permettesse di andare a cercare una vita migliore in un altro Paese. Ho pensato che i numeri sono uguali in tutto il mondo e che se studiavo quelli potevo andare via. Dopo che mi sono laureato, sono venuto qua in Italia, come facevano molti del mio Paese che dicevano che l’Italia è il posto migliore dove si può vivere. Qua però non sono riuscito a trovare un lavoro in banca come volevo, ma soltanto questo lavoro di venditore che mi dà da mangiare e da dormire, ma niente altro. Tutti qua dite che è molto difficile trovare lavoro di questi tempi e allora io credo che sono fortunato ad avere questo lavoro che mi dà abbastanza da vivere”. “Cazzo, chi l’avrebbe mai detto – gli dice Mauro – Noi che quando si vede uno come te pensiamo che è uno sciagurato e invece te sei perfino laureato. Ma qua sotto cosa ci fai, scusa?”. “Nel fiume si trovano cose interessanti dopo che ha piovuto come pochi giorni fa – dice lui – Quando viene la pioggia io aspetto che si asciughi e poi vengo sempre qua sotto a cercare se c’è qualcosa che qualcuno ha perso o buttato e che l’acqua del fiume ha portato qua. Una volta ho trovato questo bel cappello, per esempio. E’ anche di una bella marca, Nike. Chissà quanto costa”, e si toglie dalla testa il berretto nero con la visiera tutto consumato per farlo vedere ai ragazzi. “Molto bello, Milton – dice Mauro con quel tono misto di superiorità e comprensione tipico di chi sta parlando con qualcuno che ragiona ad un livello inferiore – Se conosci bene questo tunnel, allora, ti va di venire con noi a vedere cosa c’è qua sotto?”. “Lo faccio molto con piacere – risponde eccitato lui – Ma io non ho la luce come avete voi, quindi bisogna che mi aspettate”.

Paolo Goretti

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