Capitolo IV

Giro di perlustrazione (parte I)

| di Paolo Goretti
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“Io non capisco perché cavolo dovevamo venire qua a mezzogiorno spaccato. Sto già facendo la schiuma”, brontola Alessandro. “Alò, non ti lamentare, sòla costì – gli risponde Mauro – E’ l’orario perfetto. A quest’ora in piena estate non c’è nessuno al giro, giusto le macchine che passano per la strada, ma tanto una volta là sotto mica ci vedono”, e scavalca furtivamente il muretto di circa mezzo metro che delimita gli argini del Castro, facendo cenno all’amico di seguirlo. “Guarda che troiaio che c’è – continua Alessandro – Cartacce schifose e lattine dappertutto, bleah”. “Sì, vabbè, mica ti mordono quelle”, replica Mauro prima di fare un salto verso il letto del torrente, seguito passo dopo passo da Alessandro. I due cominciano a camminare tra gli arbusti, sopra la terra secca e spaccata dalla siccità, in direzione dell’imboccatura del tunnel, appena una ventina di metri davanti a loro. “Frush”, si sente un rumore nell’erba. “Che cazzo era? – dice allarmato Alessandro – Guarda, s’è smossa l’erba”. “Ahhh, che sega che sei Dedo – risponde Mauro – Che vuoi che sia? Sarà una lucertola. Va a capire quante ce ne sono...”. Non fa in tempo a dirlo che, proprio sotto i loro occhi, striscia velocemente un lungo serpente verdognolo, per sparire in mezzo secondo dentro un cespuglio. “Porca troia, che schifo! – urla Alessandro scioccato – Ma dove cazzo mi hai portato? Ci sono i mostri qua sotto. E quello allora? Quello morde eh!”. “Stai calmo – risponde Mauro cercando di tranquillizzarlo, ma comunque un po’ scosso – Sarà una biscia del cazzo, mica è velenosa eh. Ci sta che ce ne siano qua con tutta quest’erba. I problemi saranno altri là sotto – e guarda in direzione del tunnel – Va a capire i ratti che ci sono...”, e indica all’amico la carogna di un topo morto a pochi metri da loro. “Va beh, dei topi m’importa una sega”, esce fuori Alessandro con fare spavaldo. Intanto Mauro, con nonchalache tira fuori dalla tasca una macchina fotografica grossa quanto un pacchetto di sigarette e scatta una foto all’animale stecchito. “Ma mi dici come l’hai, Meu? – gli dice Alessandro – Che ci fai con codesta foto schifosa ora? L’attacchi in camera?”. “Documento un po’ questa nostra perlustrazione – gli risponde Mauro – Così faremo un po’ vedere com’è la faccenda anche a quel’altri”. “Sì, mi pare una buona idea – dice Alessandro – Quella foto lì, però, credo possa benissimo rimanere tra me e te. Ti immagini la Mina se la vede? Col cazzo che viene qua dopo. E anche la Zara dubito che si esalterebbe. Giusto quel rincoglionito del Rana potrebbe gasarsi per un topo morto”, con queste parole Alessandro gli prende di mano la macchina fotografica e comincia a fotografare l’imboccatura del tunnel, ormai a pochi metri da loro. Un accesso a forma rettangolare, largo una ventina di metri e alto circa la metà. Tutto in cemento armato. Dentro, un buio pesto. “Non si vede un cazzo da qua – gli dice Mauro – Avviciniamoci un secondo”, e insieme raggiungono così l’ingresso affacciandosi. Si vede fino ad appena una decina di metri nell’oscurità. In terra qualche pozza sparsa qua e là, tanti sassi, legni e detriti di vario genere. Persino un cartello di divieto d’accesso tutto arrugginito. “Chissà da quando è che è qua sotto – dice Mauro”, e fa cenno all’amico di passargli la macchina fotografica. “Mamma mia che umido c’è qua sotto – è la considerazione di Alessandro mentre guarda l’amico che scatta un’instantanea – Figo però. Chissà che cazzo c’è là dentro”. “Hei voi, che cosa credete di fare qua sotto?”, la voce viene da dietro di loro.

Paolo Goretti

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