"Un altro Piero" di Marco Caneschi e Filippo Nibbi

Dedicato a Pierfrancesco Greci

STAMPA

Perché il Vasari nelle “Vite” non cita la Madonna del parto? Abbiamo girato questa domanda, consci dell’esistenza di chi poteva darci utili tracce per la risposta, a Liletta Fornasari, PierLuigi Puglisi, Fabrizia Fabbroni, Vittorio Dini, Piergiacomo Petrioli, Piero Ricci, Silvia Ronchey, Carlo A. Martigli, Giovanni Nocentini e… Pier Francesco Greci. Già, il Greci, scomparso 6 anni fa ma protagonista indiscusso di “Un altro Piero” edito da Orizzonti, in libreria.
Avevamo un po’ di suoi appunti e la voglia di rendergli omaggio. A lui ci legava grande affetto dopo aver dato alle stampe assieme nel 2005 “La vera storia d’Arezzo”. Chi ha conosciuto Piero ha potuto apprezzarne la densa e anarchica curiosità intellettuale. A portarlo sul terreno dell’arte e della cultura, meglio se a tavola, era capace di tramutarsi in un caminetto scoppiettante, sorprendere con intuizioni che di scientifico magari avevano poco ma erano talmente verosimili da diventare più credibili di ogni teoria accademica. Il Greci era una persona-romanzo, questa grande invenzione della cultura occidentale grazie alla quale siamo costretti a tornare sempre indietro da ogni convinzione e convenzione. Abbiamo così amalgamato un libro di interviste, tenendoci uno spazio per dire la nostra. In questo continuo aggregarsi di tasselli, ogni tanto, tra le pagine, subentra il Greci a risbutolare o a mettere ordine. A seconda.
Il libro è nettamente sbilanciato a favore di Piero della Francesca e di quell’altro Piero. Ci ha fatto gioco tratteggiare Vasari come un uomo del regime mediceo, intellettuale della controriforma, attento a tutte le pieghe del potere, a suo agio nel clima del torbido Rinascimento. Chissà che Gianni Letta, l’indefesso trait d’union tra Berlusconi e il Vaticano, non sia un ammiratore. Dai ritratti che ne diedero i contemporanei, Vasari emerge come uno dall’ego, diciamo… smisurato con qualche concessione a una certa scenografica volgarità. Non a caso Pietro Aretino lo chiamò a Venezia per allestimenti teatrali. È un pittore non eccelso e un buon urbanista. Poi ti fa un’invenzione eccezionale, ovvero una disciplina che ancora oggi si studia nelle scuole italiane. E scrive le “Vite” giocando parecchio di fantasia e quando parla di Piero della Francesca dà il meglio di sé partendo dall’assurda femminilizzazione del cognome, avvenuta come segno di riconoscenza verso la madre che, seppur vedova, avrebbe allevato Piero con amore. Trama degna del miglior romanticismo francese. Peccato che fu il padre Benedetto de Franceschi a sopravvivere in realtà alla donna, che si chiamava Romana e non Francesca ed era una popolana monterchiese. Questi indizi a noi hanno incuriosito e, grazie all’aiuto degli intervistati, vi abbiamo modellato attorno un “castello” artistico, antropologico, perfino psicoanalitico.
Piero della Francesca diventa la quintessenza di un clima, di una corrente di pensiero che oscilla tra Oriente e Occidente: il neoplatonismo. Ed essendo i suoi dipinti pervasi da questo, Vasari ritiene che è bene tacere l’opera che meglio lo rappresenta per non disturbare la chiesa trionfante post-concilio di Trento: la Madonna del parto. Qui Silvia Ronchey è stata decisiva nell’instradarci.
Il discorso è complesso, nel libro si affrontano tanti temi, come recita quella specie di sottotitolo: Tra verità e trucchi, veli e misteri, segreti di best seller, ipotesi e coincidenze. La storia occidentale cammina su due gambe: la cultura greco-pagana e la cultura giudaico-cristiana. Il neoplatonismo, sincretico fino agli estremi, provava a unificarle, assieme addirittura ad altre correnti culturali e religiose, in una sintesi superiore. Il tentativo fallisce per vari motivi: Costantinopoli cade in mano ai turchi, tutta la tradizione bizantina viene letteralmente regalata alle steppe russe (sarà Mosca a fregiarsi del titolo di terza Roma e i suoi principi ad auto-proclamarsi zar, contrazione di Caesar) da un occidente irriconoscente e intento solo a frantumarsi e dissanguarsi nelle guerre di religione. Ma resta un fatto: se con la cultura greco-pagana eravamo innocenti, con il cristianesimo, sommamente nella versione paolina, siamo stati gravati dal fardello del peccato in un tessuto teologico improntato al pessimismo antropologico. Sono state le donne soprattutto a pagare il prezzo di questa svolta: tra esse, annoveriamo la Dea Madre e la Madonna del parto. Che, forse, potrebbero somigliarsi più di quanto sia dato credere. In merito, ciò che ritiene Pier Francesco Greci, o Piero Francesco… da Montefeltro a guardare la copertina realizzata grazie ai dipinti del pittore Lucio Gatteschi, si legge nel libro. Prefazione epifanica di Francesco Maria Rossi.

Piero Greci, animatore culturale e studioso del territorio, era un frequentatore del Castello di Sorci e per questo la prima presentazione del volume avverrà al Castello venerdì 21 dicembre alle 20,30. Con un menù che al Greci sarebbe piaciuto. Antipasto toscano; passatelli in brodo e pappardelle all’anatra; anatra ripiena con arance e olive e tagliata di vitella e grigliata di maiale; zuppa inglese e torcolo con vinsanto. Il costo è di 20 euro e si può prenotare allo 0575 789066.

Gli autori Marco Caneschi e Filippo Nibbi

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