Da Sansepolcro al Messico, Riguccini emigrante di successo: "L'Italia mi manca, ma la mia strada è qui"

Dopo aver conquistato il titolo mondiale nel full contact e nella kickboxing insegue la corona iridata anche nel pugilato. Per questo si è trasferito in Sudamerica

Andrea Lorentini
14/01/2013
Sport
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Nella sua bacheca vanta già tre titoli mondiali: uno nel full contact e due nella kickboxing. Oltre a svariati titoli italiani. Venticinque anni ancora da compiere, ma Alessandro Riguccini ha un palmares da fare invidia ad un veterano. Una carriera in continua ascesa. Nel 2006 le prime affermazioni importanti a livello nazionale. Di lì in avanti un crescendo costante. Dal 22 agosto 2012 il pugile di Sansepolcro vive in Messico, più precisamente nel distretto federale di Città del Messico. Una scelta sportiva e di vita insieme per inseguire il suo obiettivo: diventare campione del mondo anche nel pugilato professionistico dopo il full conctat e la kickboxing. Nessuno c’è riuscito in tre discipline differenti. Sarebbe un record. E se il buongiorno si vede dal mattino, la nuova carriera è destinata a regalargli ulteriori soddisfazioni. L’ultimo successo in ordine di tempo lo scorso 28 dicembre quando ha conquistato, nella categoria superpiuma, il titolo intercontinentale Wba e quello Fercabox Wbc battendo per ko al 4° round il messicano Eugenio Lopez.
E’ allenato dal cubano Hector Vinent Charon, due volte campione olimpico. Un sodalizio nato nel 2008 durante uno stage sull’isola con la nazionale cubana. Al suo fianco, sul ring e nella vita, c’è Heidys Mustelier Valiente. Conosciuta  proprio nel periodo di allenamento a Cuba e oggi sua moglie.
 Alessandro perché hai scelto il Messico?
     “Perchè ero sicuro che avrei avuto l’opportunità di allenarmi con insegnanti di grande esperienza e al fianco di grandi campioni, ma sopratutto di combattere  frequentemente. In Italia, se ti va bene, hai una media di 5 match all'anno. Come diceva Sugar Ray Leonard: "L'inattività è il peggior nemico del pugile"
     Che differenze ci sono con il pugilato italiano?
“Qui si combatte a corta distanza e l'80% dei pugili sono picchiatori. In Messico si colpisce molto di più alla figura e in media i pugni messicani fanno molto più male di quelli italiani.  Posso onestamente dire che, in senso generale, i messicani sono molto coraggiosi sul ring”.
Come ti trovi in Sudamerica?
     “Bene, sia per quanto riguarda la cucina che il clima. Le persone sono molto socievoli. Ci sono somiglianze con la gente che ho incontrato nella mia esperienza a Cuba. Unico aspetto negativa la violenza che si manifesta ogni giorno nelle strade sopratutto qui nel distretto federale”.
    Pensi di tornare un giorno a combattere in Italia?
     “Mai dire mai, però penso che sia molto difficile ora che ho trovato la mia strada qui in Messico. Tornare in Italia per combattere raramente e invecchiare battendo collaudatori ungheresi che servono solo ad avere un altro successo su boxrec non mi interessa”.
     Perché dopo aver vinto il titolo mondiale di kickboxing hai deciso di abbandonare la disciplina e tentare la strada del pugilato professionistico?
     “Perchè voglio diventare l'unico nella storia ad essere stato campione del mondo di full contact, kickboxing e anche pugilato in federazioni globalmente riconosciute”.
     Dopo aver conquistato il titolo Intercontinentale Wba, quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
     “Ancora devo migliorare molto. In Messico sono emerse le mie lacune. IL livello medio è nettamente più alto che in Italia, ma dico apertamente che qualsiasi occasione si presenti la prenderò al volo senza pensarci due volte. I treni non passano spesso in questo sport”.
     Il sogno nel cassetto?
     “Al momento il titolo mondiale di pugilato. Poi vedremo”.
     Raccontaci la tua carriera. Come hai iniziato e a che età?
     “Ho iniziato a combattere a 11 anni nella kickboxing dilettantistica. Mi allenavo tutti i giorni anche due volte al giorno perchè mi piaceva moltissimo questo sport.  Dove si apprendono e imparano cose nuove in continuazione. Ci ho sempre creduto anche se tutti mi dicevano che da una città piccola come Sansepolcro non sarei arrivato da nessuna parte. Alla fine la mia tenacia è stata ricompensata”.
    Quando hai capito che la boxe sarebbe diventata la tua strada?
      “Dopo essere tornato da Cuba e aver praticato il pugilato per preparare il mio primo mondiale di kickboxing contro Ibrahim Chiahou. Mi sono recato nella Palestra Boxe Nicchi di Arezzo e loro mi hanno convinto a fare anche qualche match da pugile dilettante . Le cose sono andate bene anche contro pugili di alto livello e visto che ero ancora giovane mi sono voluto avventurare in questo nuovo sport”.
     Hai un pugile come modello? Se si, quale?
    “Il mio allenatore cubano Hector Vinent Charon sopratutto per il suo carattere. Peccato solo non sia potuto passare professionista per via del regime dittatoriale che c’è a Cuba. In ogni caso ha battuto campioni del mondo da dilettanti come Shane Mosley, Fernando Vargas e tanti altri”.
     Il tuo legame con Sansepolcro.
     “La mia città. Non posso non esserne legato. C’è la mia casa, la mia famiglia, i miei amici e la maggior parte dei miei parenti”.
     Nostalgia dell’Italia?
    “Si, ovviamente il mio paese mi manca, ma per la causa sono disposto a fare questo sacrificio e sono sicuro che sarò ripagato un giorno o l'altro”.
     Cos’è per te la boxe?
     “La boxe per me è uno stile di vita che non ti insegna solo a tirare e schivare pugni, ma anche il sacrificio e che per ottenere qualcosa bisogna darsi molto da fare. D’altronde sul ring non regala niente nessuno. Colgo l'occasione per mandare un grosso saluto a Sansepolcro e alla mia famiglia".

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