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Corte d'assise per riduzione in schiavitù di una 40enne nigeriana

Gli imputati respingono le accuse

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E’ arrivata un pezzo la l’udienza in corte d’assise per il processo a carico di una famiglia nigeriana titolare di un phone center ad Arezzo accusata dalla loro colf di riduzione in schiavitù. Secondo la polizia che il primo agosto del 2011 raccolse lo sfogo della donna, i due nigeriani avevano portato la donna dalla Nigeria, le facevano fare i lavori di casa ma le avevano sequestrato i documenti e nonostante uscisse per fare la spesa non la pagavano tenendola praticamente come una schiava. L’inchiesta, coordinata dalla pm fiorentina della dda Angela Pietroiusti, si è sempre basata sul fatto che la donna, una  quarantenne, consumata dagli stenti e analfabeta, era in uno stato di soggezione psicologica tale da prefigurare l’articolo 600 del codice penale, quello sulla riduzione in schiavitù e tratta di schiavi. Oggi in aula sono stati sentiti gli imputati che hanno respinto ogni accusa e una serie di testimoni. Il processo è stato rinviato ad aprile per rintracciare due testimoni che mancano e per gli atti finali. 

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