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La recensione: "Les miserables" un affresco potente e di grande impatto emotivo con ottimi attori

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a cura della Redazione
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L’attacco è fulminante. Ricordate la vecchia regola delle cinque W? Ebbene “Les miserables” la applica al volo, regalando allo spettatore un “entre” di potente impatto emotivo, un’overtoure alla Verdi per intendersi. Siamo nell’Ottocento, è il secolo delle grandi passioni, delle rivoluzioni, dei cambiamenti sociali. Cinque minuti e siamo già nel film e nel contesto storico. “Look down look down” gridano i galeotti che tirano in secco la nave travolta dalla tempesta. “Look down look down” grida Jean Valjean che guarda in alto e vede l’ispettore Javert, l’eterno nemico, un duellante che sarà sempre coerente e che non perdonerà a se stesso l’unico momento di “pietas” verso gli altri, di allontanamento dal sentiero della legge, gettandosi nelle acque della Senna. Hugh Jackam e Russell Crowe, il primo abituato ai musical come al caffè la mattina, il secondo dal tono rock monocorde che è tuttavia il tono basso e sempre uguale della legge e la legge non può permettersi emozioni. “I am Law” dice Javert. La loro sfida ricorda quella dei “Duellanti” il primo film di Ridley Scott, l’uno contro l’altro fino alla morte. Tra Valjena e Javert ci sta il film con acuti di eccezionale impatto visivo: Fantine e le prostitute al porto, la taverna dei Thenardier ( due straordinari attori come Helena Bonham Carter e Sacha Barton Cohen ) ma soprattutto le barricate di Parigi. La morte del piccolo Gavroche è uno dei momenti apicali del romanzo e dunque del film. Il popolo si tira indietro e sulle barricate muoiono solo i giovani eroi della quotidianità, romantici e puri di cuore perché anche tra i miserabili è evidente la dicotomia tra coraggio e paura, nobiltà e codardia, bene e male. Perfino Javert concederà loro un sentito “chapeaux” regalando la croce d’onore al piccolo Gavroche. Ma “Les miserables” è soprattutto un romanzo del suo tempo e allora ecco i valori della “pietas” dicevamo e dell’intransigenza anche a costo della vita. Jean Valjean si trasforma in “deus ex machina” e salva Marius per sua figlia Cosette portandolo a spalla attraverso le fogne, fuori dalla battaglia. Javert li aspetta all’uscita e in quel momento ha l’unico momento di debolezza di tutta la sua vita ma non può concederselo perchè la legge non può avere pietà. Per Javert la pietà è una debolezza, per Valjean una virtù. Tutto questo è nel romanzo ed è nel musical firmato da Tom Hopper ( Il discorso del re) quasi tre ore cantate che tuttavia non annoiano e costringono lo spettatore a entrare dentro a farsi attore pronto a morire sulle barricate. E questa ci sembra la mission che dovrebbe seguire ogni film, costringere chi lo guarda a provare emozioni e riflettere.  “Les miserables” ha pathos e lo trasmette, con scene che sembrano quadri di Delacroix. Dal punto di vista tecnico, grazie alla presa diretta e a un montaggio dinamico basato su scene corte e in rapida successione con la musica, il film non annoia e non fa rimpiangere il biglietto. Belli i pezzi e soprattutto, vivaddio, mantenuti in lingua originale con sottotitoli che presentano una buona traduzione. Un’ultima considerazione, la valenza culturale di un secolo, l’Ottocento, che continua a rimanere attuale se si pensa che, dopo “Les miserables” sarà la volta di “Anna Karenina”. 

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