Clochard. Forse sarà la sua origine francese a dare un non so che a questa parola, tanto da farla sembrare molto meno dura della sua traduzione in italiano. O forse perchè non è la nostra lingua. Tant'è che spesso la preferiamo rispetto a barbone, vagabondo, senzatetto. Ma purtroppo quello che non cambia è la sostanza. Quello che non cambia è chi indica questa parola, che talvolta, anzi troppo spesso, viene usata con sprezzo. Ma non siamo qui a fare moralismi o dare giudizi. Piuttosto vogliamo raccontare quello che avviene anche ad Arezzo. Spesso si pensa ai senzatetto come "tipici" delle grandi metropoli, delle stazioni ferroviarie come Santa Maria Novella, Termini a Roma o la Centrale di Milano. Ma non è così. Sono qui, tra di noi, basta guardarsi intorno. Vivono in giacigli di fortuna dove hanno tutto il loro mondo. Chiedono le elemosina lungo il Corso, alle scale mobili. Sono giovani ma anche in avanti con l'età . Condividono la loro esistenza con la nostra. L'unica differenza è che loro, su quella strada o in quei parcheggi dove noi posteggiamo o facciamo una passeggiata, ci vivono. Le foto che abbiamo raccolto dal 2011 ad oggi parlano chiaro. E c'è una persona che ci ha colpito particolarmente, perchè nel parcheggio della Cadorna, un tempo zona militare ed adesso tra le più grandi aree di sosta della città , ha scovato un anfratto dove "risiede" da almeno un anno e mezzo. Sta di lato all'uscita, sotto ad un porticato. Da un lato lo protegge la parete, dall'altra un'auto probabilmente in uso all'Amministrazione. A terra tiene delle coperte con le quali si protegge nelle rigide notti d'inverno ma in quei pochi metri ha anche qualche piccola pentola, una scopa. Sembra quasi assurdo quello che stiamo raccontando, ma è così. Ogni volta che si passa da lì viene da pensare: cosa lo avrà portato fin qui? Perché? Ma lui non si fa avvicinare. Custodisce il suo mondo ed il suo passato quasi come se non fosse ben visibile agli occhi di chiunque. Alcuni scelgono questa vita, altri finiscono per strada dopo aver perso tutto, altri ancora hanno alle spalle storie di profondo disagio sociale. Ognuno ha una storia sua, una sua vita. Come tutti. Ma mentre quella dei clochard dovrebbe essere più visibile di quella degli altri non ci sono, forse, persone con un'esistenza più invisibile della loro.
