Era finita alla sbarra con l’accusa di bancarotta. In pratica le veniva imputato di aver aggravato il dissesto dell’azienda di abbigliamento della quale era socia per non aver chiesto il fallimento. Ma adesso, sette anni dopo, la casentinese protagonista della vicenda ha chiuso i conti con la giustizia riuscendo a dimostrare la sua estraneità. Infatti la donna ha ottenuto il risarcimento del danno dalla Corte di Appello di Genova, ai sensi della legge cosiddetta “Pinto” che stabilisce le regole del giusto processo.Ma ripercorriamo quanto accaduto. La donna, socia appunto di un’azienda di abbigliamento, nel 2005 era finita davanti al giudice con l'accusa di non aver richiesto il fallimento della ditta. Ma la signora non avrebbe potuto farlo perchè ciò non rientrava nei suoi poteri, dato che non era amministratrice e neppure socia di maggioranza. Solo queste due posizioni, infatti, le avrebbero permesso di sostituire chi aveva effettivamente il potere di decidere le sorti dell’azienda. Inoltre, la donna, racconta, di aver ripetutamente sollecitato l’amministratore perchè prendesse provvedimenti. La procura di Arezzo aveva quindi portato in giudizio l’imprenditrice. “Nonostante risultasse in maniera limpida – spiega l’avvocato Iacopo Gori, difensore della donna – sia dalla visura della società che dalla relazione del curatore fallimentare che la mia assisitita non aveva poteri decisionali sulla fine dell’impresa”. Lo scorso anno, finalmente, la svolta. Dopo rinvii ed attese è stato celebrato il dibattimento ed il giudice del tribunale di Arezzo Gianpaolo Mantellassi ha ritenuto l’imputata assolutamente estranea assolvendola con formula piena. Ma alla donna non è bastato ed ha deciso di rivolgersi alla Corte di Appello di Genova, competente per territorio per il distretto della Toscana. La Corte ha riconosciuto l'illegittima durata del processo, anche alla luce della sua "semplicità" ed ha condannato il Ministero della Giustizia a rifondergli i danni, quantificati nella cifra, simbolica ma alquanto significativa, di duemila euro.

