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Dagli applausi agli insulti: la parabola di Severini

Due anni tormentati alla guida dell'Arezzo. Dalla fiducia iniziale alla frattura finale

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Due anni fa, proprio in questi giorni, Gino Severini diventava presidente dell’Arezzo.  L’empatia con la piazza fu immediata, nonostante la matrice romana della nuova proprietà. Una fiducia ripagata con i fatti:  salvezza ottenuta in anticipo dopo una rimonta poderosa della squadra, grazie anche agli investimenti sul mercato del gruppo romano.  E a fine campionato il presidente andò a prendersi gli applausi sotto la curva.
Ma proprio da quel momento la parabola di Severini ad Arezzo ha cominciato una lenta fase discendente. Dapprima i contrasti con l’amministrazione comunale sulla convenzione dello stadio (firmata in extremis, e senza troppa convinzione, qualche giorno prima delle elezioni), poi la grana dei campini dell’antistadio e la lunga querelle con la famiglia Funghini, proprietaria dei terreni. Nell’autunno 2011 il nuovo fronte caldo con il comune a causa della mancanza di campi di allenamento. Severini minacciò ripetutamente di andarsene. E ancora, il taglio degli stipendi, il campionato perso contro il Pontedera, i dissidi con i soci.
Nel mezzo l’illusione del Villaggio amaranto. Una piccola quiete, prima della tempesta finale.
Due anni fa Severini si presentava alla città con tutti i soci al fianco, la garanzia tecnica di Abel Balbo e Zingaretti nelle vesti di uomo immagine. Due anni dopo, deve uscire scortato dalla polizia fuori dallo stadio tra gli insulti dei tifosi. Solo e chiuso nel suo silenzio.
Dagli applausi agli sputi. Ce l’avessero detto due anni fa non ci avremmo creduto.

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